Le buone pratiche per un futuro senza Alzheimer

La malattia di Alzheimer rappresenta il 50-70% di tutte le forme di demenza e attende ancora risposte scientifiche certe sulle cause e sulla cura. Numerosi studi mostrano che è possibile agire su fattori ambientali e, tra questi, 12 sarebbero in grado di ridurre del 40% l’incidenza della malattia

Quando si parla di Alzheimer, e di altre forme di demenza, ci si riferisce a un invecchiamento patologico del cervello che è progressivo e non recuperabile. Secondo i dati dell’organizzazione mondiale della sanità, WHO, ogni tre secondi una persona si ammala di Alzheimer per un totale di circa dieci milioni di nuovi casi all’anno nel mondo. Nel 2015 i casi erano 47 milioni e la stima per il 2030 è prevista quasi al raddoppio: 75 milioni di casi.

Numeri di questa portata non sono certo da ignorare e, infatti, la scienza è intensamente impegnata nella ricerca delle possibili cause di questa malattia perché senza conoscenza certa delle cause, è ancora oggi difficile immaginare una possibile cura.

Farmaci e genetica lontani da un traguardo

Con migliaia di scienziati impegnati e centinaia di studi effettuati, la ricerca non è al punto di partenza, anzi! Diversi passi importanti sono stati fatti sul fronte dei farmaci che non guariscono la malattia,  ma contribuiscono in parte a controllarne i sintomi e a rallentarne gli effetti. Ciò non si ottiene per sempre ma per alcuni periodi o per specifici gruppi di pazienti. Dal punto di vista farmacologico, perciò, non si può ancora considerare di possedere soluzioni idonee ad affrontare questo tipo di malattie. 

Per quanto riguarda la ricerca genetica sull’Alzheimer, sono individuati geni che, presi singolarmente, non attivano condizioni per lo sviluppo della malattia, ma che possono innescare un processo neurodegenerativo se vengono alterati o se agiscono in modo combinato. 

In attesa di nuove scoperte scientifiche sulle cause o sulle possibili cure dell’Alzheimer, molti studiosi si sono concentrati sulle cause ambientali della malattia che, a differenza delle cause genetiche, possono almeno in parte essere modificate. Come? Concentrandosi sugli aspetti di prevenzione per provare a ritardare la comparsa della malattia.

Prospettive e speranze legate ai fattori ambientali

L’idea di focalizzarsi su fattori ambientali nasce da ipotesi formulate a partire dai numeri in crescita delle malattie dementigene e dell’Alzheimer in particolare. Come visto all’inizio di questo articolo, si tratta di numeri enormi le cui stime di crescita sono poco rassicurati.

In questa tendenza, però, si è vista una lieve riduzione dei casi. A giustificare questa osservazione sarebbero chiamati in causa una maggiore e migliore scolarizzazione e l’adozione di stili di vita più sani.

A queste ipotesi si legano le speranze dei ricercatori e un importante filone di studi e ricerche, tra cui quello del gruppo di ricerca del dottor Jin-Tai Yu (direttore alla della clinica per la cura della memoria e dei disturbi cognitivi della Fudan University, a Shanghai).  Con il suo gruppo ha analizzato 395 diversi studi effettuati a livello mondiale e ha identificato dieci fattori che mostrano, con forte evidenza scientifica, di poter influire sulla prevenzione dell’Alzheimer.  

Gli esperti  hanno pubblicato uno studio sul Journal of Neurology, Neurosurgery & Psychiatry,  in cui hanno racchiuso le loro indicazioni sui comportamenti da adottare per ridurre le probabilità di sviluppare la principale malattia neurodegenerativa.

Alle conclusioni di  questo studio cinese  si affianca la recente pubblicazione, agosto 2020, della prestigiosa rivista The Lancet che ha aggiornato il suo precedente (2017) Report sulla prevenzione della demenza, intervento e cura (leggi lo studio originale).

Quando gli stili di vita fanno la differenza

Nel Report del 2017 la Commissione Lancet affermava la possibilità di prevenire o ritardare almeno un terzo dei casi mondiali di Alzheimer agendo su nove fattori di rischio:
1. ridotta istruzione
2. ipertensione
3. perdita precoce dell’udito
4. abitudine al fumo
5. obesità
6. depressione
7. inattività fisica
8. diabete
9. scarsi contatti sociali.

Nel 2020, a questa rosa di fattori, la Commissione Lancet ne aggiunge altri tre:
10. consumo eccessivo di alcol
11. esposizione a lesioni craniche
12. inquinamento atmosferico.

Questi tre nuovi fattori di rischio sono associati al 6% del totale di casi di demenza e, secondo gli autori dello studio, agendo sull’insieme di questi 12 fattori si potrebbe arrivare a prevenire, o almeno ritardare, fino al 40% dei casi di demenza.
Sono evidenze molto importanti perché confermano che si può avere un notevole margine di azione nel contrastare la crescita dei casi di questa malattia. Lo studio precisa che agire su tali fattori è particolarmente importante nei Paesi a medio e basso reddito dove i casi di demenza stanno aumentando più rapidamente per i rischi legati a bassa scolarizzazione, perdita dell’udito e malattie metaboliche da malnutrizione.

Modificare gli stili di vita funziona, lo dice la Scienza

Questa è la conclusione di uno studio del 2019 pubblicato dal Journal American Medical Association (leggi lo studio originale), condotto su circa 200.000 persone con più di 60 anni, di cui è stato valutato il rischio genetico rispetto alla demenza. Il campione è stato diviso in 3 fasce (altro, medio e basso) e ne è stato valutato poi lo stile di vita in base ai seguenti fattori di rischio: abitudine al fumo, attività fisica, alimentazione, consumo di alcol classificati come segue:
• fumo: non fumare è valutato come comportamento salutare;
• attività fisica: valutata come benefica se svolta per 150 minuti settimanali a livello moderato o per 75 minuti a livello intenso;
• alimentazione: valutata come sana se i singoli pasti comprendevano il consumo di almeno 4 alimenti tra frutta, verdura, pesce, legumi, frutta secca, cereali integrali, oli vegetali, specie l’olio extravergine di oliva, yogurt;
• consumo di alcol: valutato come moderato, ovvero sano, se non superava un bicchiere di vino al giorno per la donna e due per gli uomini.

La conclusione fondamentale che i ricercatori hanno ottenuto analizzando i risultati dello studio è che tra i partecipanti con un alto rischio genetico è stato riscontrato un minor pericolo di demenza in coloro che avevano uno stile di vita sano rispetto a quelli che avevano uno stile di vita meno salutare.
Questo risultato indica che per ridurre il rischio di malattie dementigene in una popolazione mondiale con elevata aspettativa di vita, è prioritario operare a livello sociale, sviluppando programmi di prevenzione verso le demenze che promuovano l’adozione corretti stile di vita soprattutto presso le persone che geneticamente hanno un maggiore rischio di sviluppare demenze.
Per essere efficaci gli interventi dovrebbero essere attuati già in età matura o nella prima terza età e non dovrebbero solo aumentare le conoscenze delle persone ma supportarle nello sviluppo delle competenze utili ad adottare uno stile di vita sano per una sempre migliore e maggiore Qualità di Vita. La cura dell’Alzheimer inizia molti anni prima della possibile comparsa della malattia.
Iniziare fin da subito, a qualsiasi età è forse per ottenere maggiori vantaggi è forse la conclusione più interessante dello studio perché non è mai troppo presto, né troppo tardi, per aiutare se stessi a prevenire il rischio di demenza.

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