Professioni di aiuto e burnout

Professioni di aiuto e burnout

Aiutare gli altri, prendersi cura, è un lavoro che coinvolge moltissimo anche a livello emotivo. Per questa ragione si associano professioni di aiuto e burnout. Ma è semplice stress o qualcos'altro?

Alcune categorie professionali, più di altre, sono particolarmente esposte a condizioni di stress . Si tratta delle cosiddette professioni d’aiuto (helping professions o professioni  di cura) in cui il carico emotivo degli operaori è rilevante, spesso eccessivo.

In questo tipo di professioni la componente di stress è evidente e fortissima. Si pensi, ad esempio, ai servizi di emergenza della sanità, alle Forze dell’Ordine, ai Vigili del fuoco. tutte professioni in cui gli operatori sono vittime nascoste di una esperienza psicologica di costante confronto  con situazioni ad elevato impatto emotivo, che non vivrebbero normalmente al di fuori del proprio lavoro,  e anche  con l’idea stessa della morte.

Tali situazioni vengono rielaborate dal singolo individuo e spesso penetrano profondamente a livello emotivo. Si possono  originare quindi sentimenti di sconforto e un accumulo di conflitti non risolti dovuti a tali esperienze spiacevoli, talvolta traumatizzanti.  Tutto ciò  fa parte della zona oscura della reazione allo stress, frequente in queste professioni, che origina tensioni, ansie, insoddisfazione e, nel lungo termine, la Sindrome da Burnout.

Un altro rischio per  il personale delle professioni di aiuto  è il cosiddetto  Disordine da Stress Post Traumatico (PTSD : Post Traumatic Stress Disorder): un disturbo che nasce da eventi forti, capaci di suscitare orrore, paura, panico, timore di non ricevere aiuto con imminente senso di morte.

Il concetto di burnout nasce nello sport

Nelle professioni di aiuto il burnout è considerato come una strategia di adattamento inadeguata, in risposta alle tensioni accumulate nel contesto di lavoro, che si manifesta con modalità di disadattamento dell’operatore verso se stesso, gli altri e il proprio ruolo professionale, al fine di limitare i danni derivanti dalle continue esigenze delle persone a cui si offre il proprio contributo professionale (Del Rio, 1990)

Freudenberg è stato il primo autore a dare una definizione di burnout, usandola in ambito sportivo per indicare un calo di prestazione ad un livello tale che l’atleta non sarà più in grado di recuperare le prestazioni iniziali (Freudenberg, 1974).

Le ricerche successive hanno introdotto il termine in ambito professionale, associandolo in prima battuta alle professioni socio-sanitarie, per poi estenderlo a tutte le professioni in cui è centrale il rapporto con l’utenza, (quindi non solo medici e infermieri ma anche psicoterapeuti, insegnanti, educatori, operatori sociali, operatori pastorali ecc.) e la cui attività esplica un principale obiettivo di cura, sostegno e aiuto verso gli altri.

Sono i valori e gli ideali a spingere alcune persone a dedicarsi alle professioni di aiuto, tuttavia le energie scaturite da tali motivazioni tendono progressivamente ad esaurirsi a causa di determinate condizioni lavorative. L’operatore può arrivare a non sentirsi più in grado o capace di soddisfare le esigenze degli utenti, a provare frustrazione, delusione, perdendo interesse per la propria attività, in precedenza entusiasmante, fino ad attivare il ritiro psicologico come modalità di difesa (Edelwich e Brodsky, 1980).

Stress e burnout non sono la stessa cosa

Il costrutto teorico di burnout è ampiamente utilizzato nelle ricerche sullo stress nelle professioni di aiuto ma è importante sottolineare che, nonostante nel linguaggio comune i due termini sono spesso utilizzati come indifferenziati, essi non lo sono affatto.

Tra i due, infatti, esiste un preciso livello di differenziazione; lo stress è un fenomeno individuale, mentre il burnout deriva sempre da una situazione di stress ed è prevalentemente un fenomeno psico-sociale risultante da stress non mediato, ovvero da uno stress su cui un soggetto non interviene per moderarlo e tenerlo sotto controllo (Rossati e Magro, 1999).

Un’autrice a cui è riconosciuto il merito di aver approfondito e chiarito questo concetto è Christina Maslach che, nel 1982 raccolse una serie di testimonianze di lavoratori che stavano affrontando la sindrome del burnout, rintracciando gli aspetti in comune e identificando così le determinati dell’insorgenza della sindrome.

I tre passi che portano al burnout

Questa mole di lavoro ha creato il campo per successive ricerche sperimentali sull’argomento e ha portato l’autrice ad elaborare un suo modello del burnout basato su tre step (Maslach, Leiter, 1997):

  1. esaurimento emotivo: si manifesta con la sensazione di assenza di energia psicologiche e di netto calo di risorse emozionali, e la percezione di non poterne ristabilire i livelli precedenti. Ciò a causa di prolungato contatto con emozioni stressanti che incidono negativamente sul benessere fisico;
  2. depersonalizzazione: una strategia di difesa che si manifesta con indifferenza e cinismo verso le emozioni e i bisogni altrui, con l’obiettivo di evitare la minaccia percepita nel rapporto con l’utente. Il soggetto adotta un comportamento freddo e distaccato verso il proprio lavoro, con coinvolgimento minimo e perdita dell’entusiasmo iniziale;
  3. ridotta realizzazione professionale: il soggetto si percepisce inadeguato nello svolgimento dell’attività, è scarsamente fiducioso di poter lavorare con efficacia, sviluppando pertanto sensazioni di insoddisfazione, insuccesso, bassa autostima e di incapacità di aiutare gli altri.

La Maslach, assieme alla collega Susan Jackson, ha sviluppato il Maslach Burnout Inventory (MBI), uno degli strumenti più usati per l’assessment del burnout lavorativo.
Il burnout è sempre stato considerato un problema per i servizi sociali e sanitari ma oggi, a seguito dei cambiamenti sociali ed economici, esso è divenuto rilevante anche per altre professioni e sono aumentati i fattori che ne causano l’insorgenza (Maslach e Leiter, 1997).

Burnout, la ritirata psicologica dal proprio lavoro
  • Successivamente al modello della Maslach, un altro autore particolarmente attivo nelle ricerche sul burnout, Cary Cherniss ha descritto tale sindrome come una sorta di ritirata psicologica dal proprio lavoro.

Essa viene descritta come un tipo particolare di coping reattivo, nei confronti di una situazione lavorativa percepita negativamente, con attivazione di comportamenti peggiorativi, cioè non orientati alla ricerca di soluzioni per il disagio vissuto (Cherniss, 1988).
Pertanto la situazione di lavoro intollerabile viene affrontata con un ritiro psicologico dalla stessa, attraverso una risposta puramente difensiva.

Egli, inoltre, individua tre fasi sequenziali nello sviluppo di burnout:

  • stress: disequilibrio tra la percezione delle richieste dell’ambiente di lavoro e la valutazione delle risorse disponibili per fronteggiarle;
  • esaurimento: lo stress protratto nel tempo conduce il soggetto a fatica psicologica, tensione, stanchezza e demotivazione verso la propria professione;
  • conclusione difensiva: manifestazione di distacco emotivo per fronteggiare le tensioni. Il soggetto rifiuta ogni coinvolgimento emotivo e adotta una modalità relazionale rigida e impersonale.

Al pessimismo per la situazione e al distacco emotivo dalle relazioni consegue quindi il fallimento nel ruolo professionale di aiuto che, a sua volta, alimenta ulteriore scoraggiamento. Si realizza perciò una sorta di spirale involutiva che fa definire il burnout come un processo a rinforzo interno (Del Rio, 1990).

Si può quindi riassumere definendo il burnout come una sindrome originata da stress lavorativo, avente caratteristiche di difesa disadattiva per proteggere il soggetto dai rischi derivanti da un coinvolgimento emotivo eccessivo verso  le sofferenze degli utenti e i loro vissuti traumatici (Baiocco et al., 2004).

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