resilienza

Resilienza, cos’è veramente?

Dalle conversazioni televisive alle chiacchiere tra amici non manca quasi mai un riferimento alla resilienza che sembra essere una parola dal significato noto e che mette tutti d’accordo. Nella realtà essa non è un sinonimo di forza, il suo significato è più ampio e non così condiviso. In questo articolo si ripercorre come la nascita della parola e l’evoluzione del suo significato.
resilienza

Il termine resilienza deriva dal latino “resalio” che significa saltare, rimbalzare, per estensione danzare, ma anche, in senso figurato, non essere toccati da qualcosa di negativo. La definizione trae origine dalla fisica, più precisamente dalla metallurgia: “Capacità di un materiale di resistere a urti improvvisi senza spezzarsi” (Dizionario Etimologico della Lingua Italiana Zanichelli, 1999) e viene oggi utilizzata in diverse altre discipline scientifiche.  

In psicologia il concetto di resilienza fa una delle sue prime apparizioni  n uno studio di Werner iniziato nel 1955 (Werner & Smith, 1992). L’autore durante uno studio, esteso per trent’anni, su un numeroso gruppo di bambini  della popolazione dell’isola Kauai, nell’arcipelago delle Hawaii, arrivò ad osservare che un terzo degli stessi, nonostante la presenza di fattori di rischio individuali e l’esposizione continuata a diversi fattori di rischio sociali, aveva migliorato la propria condizione di vita in età adulta. Ciò è stato di fondamentale importanza per dirigere l’attenzione di molti ricercatori sui fattori che consentono il superamento delle situazioni traumatiche consentendo un adeguato sviluppo e una crescita personale.

A partire da questi primi lavori, negli anni ’80 viene rivisto e consolidato il concetto di resilienza, ribaltando il pensiero dominante dell’epoca che considerava inevitabili gli effetti delle situazioni avverse o dei traumi sulle persone. Grazie a questa sistematizzazione, la resilienza è oggi un’area di studio ben consolidata nella letteratura internazionale e riscuote notevole interesse teorico, scientifico e applicativo. L’interesse di questa area di studi da un’iniziale focalizzazione sull’infanzia e poi sull’adolescenza negli ultimi anni si  è mosso anche in altre direzioni, consentendo così di estendere il concetto di resilienza fino ad abbracciare una visione ecologica, dove tutti gli individui e tutti i sistemi umani sono potenzialmente coinvolti, pur in misura diversa.

Nei primissimi studi il concetto utilizzato non era quello di resilienza ma di  invulnerabilità perché si riteneva che i bambini osservati e studiati non soccombessero alle avversità grazie a ipotetiche “qualità speciali” che possedeevano, arrivando persino a parlare di super-bambini (Masten,  2001). In seguito, per la scarsità di evidenze a sostegno di questa visione centrata sul possesso di tratti di personalità caratteristici, si preferì utilizzare la parola resilienza, poiché questo termine fa riferimento sia alla relatività dell’invulnerabilità,  sia a caratteristiche contestuali e  individuali  (Rutter, 1985).  

Nell’ambito  della  psicologia  e   della  psicopatologia,  la  resilienza  è genericamente considerata come la capacità di evolversi anche in presenza di fattori di rischio.

Luthar & Ziegler, 1991; Rutter, 1979). 

Da un’analisi condotta da alcuni autori (Norris, Stevens, Wyche e al., 2008) sullo stato attuale del termine resilienza, emerge che in letteratura sono disponibili  numerose definizioni di resilienza, ciascuna interessata ad enfatizzare un aspetto del medesimo processo psicologico comunemente ritenuto alla base del costrutto stesso. Ciò che accomuna le diverse modalità di definizione è l’utilizzazione metaforica del termine resilienza che, in quanto parola nel suo significato originario appartenente alla fisica dei materiali, si riferisce all’attitudine di un corpo o di un sistema di ritornare alla sua forma originaria dopo aver subito una deformazione causata da un impatto.

Tra le definizioni più interessanti di importanti studiosi della resilizienza, troviamo quella di:

  • Rutter (1985) che ritiene che la resilienza sia “the ability to bounce back or cope successfully despite substantial adversity”, cioè la capacità di “rimbalzare” o far fronte con successo alle avversità;
  • Walsh (2003) che la definisce come “l’abilità di resistere e far fronte (rebound) alle sfide distruttive che a volte la vita impone, come un processo che coinvolge aspetti dinamici che sostengono, incoraggiano e promuovono l’abilità di lottare, superare gli ostacoli e andare avanti del soggetto al fine di poter vivere e amare pienamente”;
  • Gordon (1995) che pone l’enfasi “sull’abilità di crescere bene, maturare e aumentare le proprie competenze di fronte alle circostanze avverse”.   

Da un punto di vista psicologico, quindi, il termine resilienza non si riferisce solo a tratti di personalità individuali, ma ha un significato molto ampio e variabile che,  in generale, fa riferimento ad un buon adattamento nonostante l’esposizione a fattori di rischio, a fonti di stress o a traumi. Esso, inoltre, si arricchisce di ulteriore complessità in quanto è riferito ad un oggetto fisico, semplice e inerte ma viene applicato a sistemi complessi come l’individuo, la comunità e la società. 

In letteratura non vi è solo mancanza di un consenso riguardo alla possibile definizione della resilienza ma, anche, riguardo al modo di concepirla e studiarla. Due sono le prospettive di indagine principali:  resilienza  come un esito di un adattamento dovuto a  caratteristiche o tratti di personalità; resilienza  come un processo dinamico che varia in differenti contesti.  

Resilienza come caratteristica di personalità

Dal punto di vista della prima prospettiva, in quanto  caratteristica di personalità, la resilienza rappresenta la capacità individuale di adattarsi a circostanze variabili utilizzando un repertorio non rigido di possibilità comportamentali per giungere alla soluzione dei problemi. La resilienza come tratto è stata definita come  una caratteristica personale che modera gli effetti negativi dello stress e che   promuove l’adattamento. (Wagnild & Young, 1993).  Questa concezione si focalizza quindi sull’esito del processo di adattamento operato dalle caratteristiche intrinseche della persona.Gli studi che seguono questa direzione si sono quindi focalizzati sull’identificazione di quelle caratteristiche fisiche e psicologiche che consentono all’individuo di superare le avversità. Tra queste caratteristiche si trovano: visione equilibrata della vita, perseveranza, fiducia in se stessi, senso di unicità, attribuzione di significato alla vita. Altre caratteristiche fanno invece riferimento all’autonomia, alla capacità di problem solving, alle abilità sociali e ai propositi per il futuro. Altri autori ancora  hanno  dato maggiore rilievo a caratteristiche personali quali: creatività, intelligenza, immaginazione, mentre la psicologia positiva ha identificato altre caratteristiche del resiliente tra cui: ottimismo, fede, autodeterminazione, creatività. Un altro modo di considerare la personalità resiliente passa attraverso le definizioni di pro attività e retroattività.

Secondo Oliverio Ferraris (2003) infatti, vi è una attitudine proattiva che caratterizza le persone resilienti le quali sono coscienti che nella vita non tutto si svolge come lo si desidera e che vi è la necessita di attuare strategie per superare i momenti negativi. Il resiliente ha una visione chiara della realtà,  fatta di ostacoli ma anche di potenzialità. Al contrario la personalità non resiliente  è caratterizzata da attitudine retroattiva ovvero da una visione e da un approccio alla vita in cui dominano  vissuti di ostilità verso di sé, attribuzione di colpa all’esterno, senso di impotenza e incapacità di cogliere le opportunità delle situazioni. 

Resilienza come processo di adattamento

La seconda prospettiva di ricerca, invece, considera la resilienza  un processo dinamico che permette l’adattamento positivo in risposta ad un’avversità significativa (Luthar, Cicchetti & Becker, 2000).  La resilienza può essere vista quindi come la capacità di uscire forti e pieni di risorse dalle avversità. È un processo attivo di resistenza, di autoriparazione e di crescita in risposta alle crisi e alle difficoltà della vita, che non implica semplicemente la capacità di resistere ad eventi negativi  ma, soprattutto, quella di ricostruzione di un percorso di vita. Questo punto di vista mette in crisi l’idea, diffusa in certe culture, secondo cui  un trauma grave o precoce non possa mai essere superato poiché le esperienze negative producono sempre un danno le cui evidenze e i cui effetti, si manifesteranno  presto o tardi nella vita delle persone coinvolte.

Al di là di come la si conderi,  secondo Malaguti (2005) la resilienza presuppone comunque un adattamento che consente di  far fronte ai fattori di rischio (chiamati anche avversità o traumi) presenti a livello di persona, famiglia, comunità, società, grazie anche alla presenza di fattori di protezione.  La resilienza a situazioni avverse appare dunque dipendere da una combinazione, cumulativa e interattiva, di fattori di rischio e fattori protettivi. 

Per quanto visto fino ad ora risulta evidente  la numerosità degli studi e delle ricerche e degli approcci alla resilienza ma, nonostante ciò, dalla  letteratura emergono alcuni aspetti della resilienza  che  sono utilizzati con maggior frequenza da diversi autori. Infatti, sebbene variamente definita,  in generale essa  rappresenta  un fenomeno che coinvolge   un adattamento sia  adeguato, sia migliorativo ai  contesti di avversità. Originariamente concepita come una predisposizione  o  una qualità di un individuo, l’opinione dominante la considera come  una complessa e dinamica interazione tra fattori di rischio multiplo e di protezione, che riguardano persone e ambienti, nel corso del tempo. Nei diversi studi sulla resilienza il  focus  si è concentrato su diversi livelli: individuale, familiare, organizzativo e comunitario.  

E’ importante  evidenziare che la resilienza è un costrutto che può essere molto specifico di un contesto e di una persona, infatti un fattore definito di rischio in una determinata circostanza o contesto può diventare protettivo in un’altra e viceversa

(Roisman, 2005; Rutter, 1993).  

Inoltre, la presenza di fattori protettivi non necessariamente rappresenta la garanzia di una risposta resiliente: se la forza o il numero di fattori di rischio ha un peso maggiore rispetto all’impatto dei fattori protettivi sul soggetto, le probabilità di ottenere una risposta adattiva e un processo resiliente diminuiscono.  In particolare bisogna porre l’accento sul fatto che ciò che risulta un fattore protettivo  utile per una persona, non necessariamente lo è anche per un’ altra; allo stesso modo un fattore protettivo che porta un soggetto ad un risultato positivo e adattivo, non necessariamente condurrà un individuo diverso allo stesso risultato.   

Una caratteristica fondamentale per comprendere la resilienza riguarda la sua relazione con il tempo: la risposta resiliente  può  infatti aumentare o diminuire nel tempo, ciò significa che la potenzialità dell’esposizione a fattori di rischio e/o protezione, che ha avuto origine in un certo periodo del ciclo di vita, ad esempio l’infanzia, può attivarsi anche più avanti nel corso della vita mediando così le strategie di adattamento.   

Nella letteratura sulla resilienza è prominente anche l’idea che vivere una condizione di svantaggio oppure  eventi avversi possa, per alcuni individui, non solo  comportare un livello di base di adattamento ma, anche,  tradursi  in una trasformazione positiva e in un  adattamento maggiore. Alcuni  autori parlano quindi di:  “reinserimento”, con conseguente crescita e auto-comprensione (Richardson et al, 1990.);  di “diventare più forti” attraverso l’apprendimento dalle avversità (Fine, 1991); o ancora di “rinnovamento personale” che può manifestarsi in un individuo andato in pezzi per uno stress significativo (Flach, 1988);  e anche di “trasformazione” con conseguente potenziamento della capacità di  ridurre al minimo, o di evitare,  fattori di stress nel futuro (Brown & Kulig, 1996). 

Per Garmezy (1991) questa componente trasformativa  è qualcosa di ben oltre la basilare capacità di resilienza che riguarda  il  reagire allo stress e il ritornare alla precedente omeostasi. In particolare,  questa capacità  è  concettualizzata come resilienza se si traduce in risultati che sono migliori di quanto previsto nel contesto di svantaggio elevato o  di rischio

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